13 ottobre 2010 ~ 0 risposte

Riceviamo e pubblichiamo la lettera dell’amica Giuliana Meli

Una storia che finisce
Meli Giuliana, componente della segreteria regionale UILpost di Roma e Lazio e del CPOR del Lazio, fino ad oggi. Lo sto scrivendo, ma ancora non mi sembra vero. Devo confessare, sinceramente, di aver sottovalutato il lavoro interiore di questa scelta. Anche se è stata a lungo ponderata, non è così tacito, chiudere la porta, andarsene senza voltarsi  indietro. Io poi che, tra i tanti difetti, ho anche quello di essere poco incline al cambiamento – stesso posto a tavola, stesso posto in auto, stessa scrivania in ufficio – che tragedia! Da dove inizio? I commiati sono sempre dolorosi, così carichi di ricordi, di emozioni e di rimpianti, e sempre lasciano troppo spazio al non detto. Da dove inizio per provare a parteciparvi i miei perché? È così tanto tempo che nella UILpost ci siamo ritirati a vita privata, che penso sarebbe opportuno non accomiatarsi.
Però credo anche non sia giusto far sparire nel “nulla” che  ha contraddistinto e segnato in maniera assolutamente negativa gli ultimi tempi nella UILpost, il “mio” ultimo tempo di vita all’interno di questa O.S. Vi dicevo, sono Meli Giuliana, oggi ho 48 anni, 28 di Poste ed un ventennio di UIL Post.Ad oggi nella segreteria regionale della UILpost di Roma e del Lazio dopo Fabrizio, sono la più vecchia. Dunque per età di tesseramento, ho vissuto tanto e tanta acqua ho visto scorrere sotto i ponti delle varie segreterie che in questi anni si sono avvicendate alla guida dell’organizzazione ai vari livelli.
Ho conosciuto tante persone serie, innamorate del loro mestiere, professionali, competenti. Ho visto arrivare tanti. Ho visto arrampicatori sindacali, mercenari che venivano per prendere e non per dare, ho visto uscire di scena tanti, ho visto sbattere la porta a tanti, delusi, arrabbiati, alcuni umiliati (mentre scrivo, mi rendo conto che tutti quelli che c’erano, quando sono entrata a far parte del gruppo, oggi, non ci sono più e non sono andati via con la pensione di vecchiaia).
Lo dico senza scandalo, il sindacato nel bene e nel male è una polis, un piccolo spaccato di società, al cui interno si intrecciano e sviluppano rapporti sociali e personali, egoismi, vanaglorie, meschinità e grandezze.
Io sono da sempre UILpost, e da sempre nei ruoli che in nome e per conto della “mia O.S.” ho ricoperto, mi onoro di aver rappresentato l’organizzazione con serietà, buonsenso, coinvolgimento, partecipazione, disponibilità e determinazione.

La mia militanza nella UILpost che ho sempre servito con onestà morale ed intellettuale, è seconda solo alla mia storia, lunga tutta la vita, di cattolica praticante. In Chiesa ho imparato a dare valore alle persone non per quello che valgono a livello sociale o per il prestigio, ma per quello che sono e che significano, come donne e come uomini. In Chiesa ho imparato che è meglio essere in due (nell’estensione più ampia del concetto), semplicemente perché se “uno” quando cade è solo non riuscirà a rialzarsi, se è accompagnato invece l’uno rialzerà l’altro e la condizione dell’uno e dell’altro non sarà più di debolezza ma di fortezza (sinteticamente questa è la mia personale tensione nel fare sindacato). In Chiesa ho imparato la solidarietà e la partecipazione responsabile alla costruzione di una cultura dell’altro, inteso nel senso dei suoi bisogni primari ed inalienabili. La mia passione per l’altro, inteso anche nel senso sociale, è nata in Chiesa e siccome sono corredata di un carattere, diciamo un po’ deciso, già da studentessa di liceo classico, mi sono presa la briga di rappresentare gli altri – i compagni di classe – nella veste di rappresentante di classe e d’istituto, contrastando professori e presidi nel loro esercizio, diciamo così, unilaterale dei decreti delegati. Alla facoltà di magistero tra lezioni di filosofia, sociologia e pedagogia ho vissuto l’esperienza dei collettivi studenteschi frutto del fermento che ancora attraversava la nostra società. Gli anni di piombo, si viveva, si studiava, si lavorava per costruire qualcosa di socialmente  giusto. In facoltà la lettura delle Encicliche sociali, dedicate ai temi del lavoro, è stata illuminante. Papa Giovanni Paolo II nella “Laborem exercens” a tutti gli uomini di buona volontà scrive: [cfr. n. 1] “La chiave essenziale dell’intera questione sociale è il lavoro, perché condiziona lo sviluppo non solo economico, ma anche culturale e morale delle persone, delle famiglie, delle comunità e dell’intera umanità” e ancora [cfr. n. 20] “I sindacati per il ruolo e l’importanza strategica che ricoprono sono un elemento indispensabile della vita sociale, soprattutto nelle moderne società industrializzate”. Avevo deciso. Una volta entrata nel mondo del lavoro, sarei entrata nel sindacato; avrei fatto la sindacalista. Nel lontano 1982 neofita di Poste, cattolica dichiarata, il sindacato non tarda a presentarsi, mi offrono un  posto di rappresentante di base. Le idee mi sembrano buone, alcuni compagni di viaggio, insomma! Esperienza fallita ancora prima di cominciare. Nel 1983  mi sposo e comincio la mia carriera di moglie e soprattutto di madre (cinque figli in sei anni) il mio tempo, anche quello sociale, è ovviamente assorbito dalla mia “numerosa” famiglia. Non ho dimenticato la mia decisione, la rimando solo a tempi, diciamo, migliori. Intanto, mi iscrivo alla UILpost comunicazione, poi si vedrà…

Alla fine, tra i molteplici ruoli che per una donna non finiscono mai, trovo anche il tempo di fare sindacato: un buon sindacato! Man mano che i figli sono cresciuti, complice anche la disponibilità di mio marito, ho dato sempre più tempo al sindacato; sempre presente alle manifestazioni (anche quelle che si tenevano nei giorni di festa), agli scioperi, ai direttivi, alle riunioni. Il tempo sindacale si sa, come quello del lavoro è un tempo declinato solo al maschile.
Ho sottratto, consapevolmente, tempo ai miei figli ed a mio marito perché l’obiettivo finale del lavoro che via via veniva svolto era lì, tangibile, netto, ben delineato. C’era un progetto politico da realizzare, un’idea da sviluppare, una trattativa da condividere, un risultato da raggiungere.
Soprattutto c’era, insostituibile, l’unicità di un gruppo di persone diverse tra loro per esperienza, fede politica, cultura, che interagivano nell’esercizio del bene collettivo, ognuno certo con la sua caratteristica personale, con i suoi difetti e le sue virtù. Una bella squadra. Davvero una bella squadra!
Scrivendo, con mestizia, mi accorgo che parlo del trapassato remoto. A questo punto potrei raccontare tante cose vissute, cose viste e sentite, cose che so perché ero lì quando accadevano.
Sono siciliana di origine ed ho un carattere particolarmente riservato. Ascolto tanto ma parlo poco (scrivo troppo!) E dunque? Potrei dire il giorno, chi c’era e chi invece era rimasto a casa. Ma a che ed a chi servirebbe? Però io c’ero. E chi era con me sa che non può mentire, né mistificare la realtà.
Ho sempre rispettato il mio ruolo, il mio posto, non sono mai andata a bussare a questa o quella porta sindacale per ottenere privilegi per me. Per diporto non sono mai andata in segreteria nazionale, nonostante si trovi a pochi passi da casa mia. Ho pagato con i miei soldi il sito internet delle Pari Opportunità che ho messo in piedi in nome e per conto della UILpost. Per i congressi regionali e nazionali, da sola, ho prodotto diversi lavori tutti di qualità (libri, compendi, questionari). Credo, anzi sono sicura, di essere stata un buon compagno di viaggio per chiunque nel mio sindacato. Sono stata sempre disponibile all’ascolto, sono sempre andata incontro alle necessità dell’organizzazione, anche facendomi da parte, se “l’equilibrio politico” lo richiedeva. Ho pianto e riso con tutti, nei momenti lieti e tristi della vita che abbiamo condiviso, anche quella personale.
Sono sicura perciò di meritare il rispetto, anche postumo, da chiunque lascio nella mia organizzazione sindacale, lo stesso rispetto che io ho esteso a chiunque a prescindere dal ruolo che ricopriva e che continuerò ad avere verso chiunque, nonostante tutto.
Nel tempo che ormai non scorreva più in UILpost ho maturato la decisione di andare via. Avevo ben presente cosa lasciavo e questo mi convinceva ogni giorno un poco di più a lasciare.
La mia personale esperienza sindacale  era giunta al termine. Tempi migliori non sarebbero più arrivati.
Nelle sedi competenti ho cominciato a dire perciò, che entro dicembre 2010 mi sarei dimessa.
Per effetto del viziaccio del sindacato che è la chiacchiera facile, nonostante questa fosse, a parer mio, una notizia riservata qualcuno ha parlato e pure qualcun altro, e qualcun altro, e qualcun altro……
Chi mi conosce sa che sono poco incline al nascondimento e quindi devo confessare che la situazione da “servizi segreti” che si è venuta a creare a seguito della fuoriuscita dalla mia organizzazione, della mia volontà di andare via e soprattutto il conseguente nascosto, formale, contatto con alcune sigle sindacali, mi ha creato non poche difficoltà.
La sintesi dei contatti era la stessa: mi si chiedeva di riflettere se chiusa la storia con la mia organizzazione, fosse indispensabile chiudermi alla vita sindacale. Indispensabile? Certamente no, e forse neanche giusto. Vado fiera del lavoro svolto nella mia organizzazione come Responsabile Nazionale P.O. e come Segretaria Regionale, ma sono una che al posto, alla carriera propriamente detta, ha sempre tenuto pochino. Vado via dalla UIipost oggi, quando così come propostomi per utilità di organizzazione, sarei dovuta diventare a breve, Segretario Organizzativo Regionale.
Ho perciò valutato attentamente le proposte che mi sono giunte non in base al posto da ricoprire che mi veniva offerto. Poi però i miei “vecchi” compagni di viaggio, ormai ex UILpost, si sono fatti avanti per valutare insieme a me, la possibilità di ricominciare a lavorare con loro, insieme. Esclusa la scelta personalistica, ho maturato la mia decisione, questa si, presa dall’oggi al domani, di scegliere i miei vecchi compagni di viaggio!
Ho sempre detto, che contano le persone non le cose. La UILpost è sempre stato il mezzo, mai lo scopo! Nonostante tutto, vivo questo nascondimento che mi obbliga ad un silenzio rigoroso sui fatti che verranno come vergogna, perché, anche se mi viene detto che è un tecnicismo, per me invece è menzogna.
Il ragionevole dubbio mi accompagna dalla nascita, per questo analizzo fin nei minimi particolari le direttive. Per scelta, non per obbligo però, con la stessa velocità con cui le discuto, le metto anche in pratica. Faccio parte di un gruppo, ma so qual è il mio posto.
Esattamente come nel ventennio passato in UILpost, ho messo in pratica anche le direttive diciamo pittoresche, calate dall’alto, sempre, anche se non l’ho mai mandata liscia a nessuno.
Il capo impartisce le direttive e gli altri, tutti gli altri, obbediscono. Se poi il capo, preda di deliri di onnipotenza manda tutto l’esercito contro morte certa, è altra storia…
A tutti coloro che oggi lascio, ricordo che ora che vado via, non divento altro da me, resto la stessa Giuliana.
Quello che sono stata nella mia oggi ex O.S., con pregi e difetti,
Non rinnego il passato, ne oggi, ne domani, ne mai. Esistono però delle priorità che sono indifferibili; forme che devono racchiudere la sostanza.
Riprendo perciò la mia libertà, quella che non può morire sotto l’ombra di nessuna bandiera!
Liberamente mi sono iscritta, liberamente ho militato, lavorando sempre, liberamente vado via.
Lasciatemi credere che la MIA libertà personale sia ancora “uno spazio libero”.
Lasciatemi credere che se ci incontreremo, ci saluteremo come al solito, che ci parleremo e ci domanderemo di noi, anche se ai tavoli, magari staremo seduti vicino, ma non staremo più insieme!
Lasciatemi credere, che non è stato il gretto interesse personale di qualcuno a portarci in questi ultimi tempi.
Lasciatemi credere che come nella UILpost posso divorziare, avere un numero non precisato di amanti e fidanzarmi pure con una femmina, senza che questo sgomenti qualcuno, parimenti posso decidere di andar via.
E magari andare ”pure” alla FAILP (Federazione Autonoma Italiana Lavoratori Postelegrafonici), il cui ruolo si pone a metà tra i principi di etica e solidarietà di ispirazione cristiana, a cui la cultura italiana si ricollega, e le istanze di giustizia sociale su cui ogni democrazia moderna dovrebbe fondarsi.
Una federazione autonoma che fonda la legittimazione ad esistere come sindacato, raccogliendo a tutti i livelli dell’organizzazione, ogni giorno, la sfida che riguarda innanzitutto la riconquista dell’autonomia conflittuale e contrattuale del sindacato stesso e la riunificazione della popolazione lavorativa attraverso una lettura in termini nuovi dello sfruttamento e dell’alienazione nel lavoro.
Senza infingimenti infine dirò, oggi, che alcuni della mia ex O.S. sono stati solo comparse della vita sindacale, altri invece, che non c’è bisogno di nominare (anche perché li metterei di fatto tra i proscritti), li porterò sempre con me.
A tutti comunque auguro, per quanto possibile un buon lavoro, salutando con affetto, coloro che per me hanno rappresentato qualcosa.
Io per conto mio …ricomincio da TRE: confronto, qualificazione, solidarietà.
Tre parole d’ordine da cui ricominciare, tre parole per ritrovare quella tensione assolutamente positiva che è il motore per lavorare serenamente e soprattutto per tornare  a ”fare” sindacato tra la gente, tra i lavoratori e le lavoratrici, smettendo finalmente di avvilirmi nel sentire ormai “solo” parlare di strategie sindacali, all’interno delle stanze chiuse del potere.
I compagni di viaggio li ho ritrovati.
Gli amici vengono via con me.
Ma questa è un’altra storia.

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